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Bene il Governo che tra i suoi primi atti di indirizzo normativo, ha inteso presentare una riforma della normativa sulle intercettazioni. Bene il Ministro Alfano che coraggiosamente aveva denunciato in commissione Giustizia alla Camera, l’essere l’Italia il paese nel mondo con più intercettati, dall’alto dei suoi centomila soggetti intercettati ogni anno e che con coerenza e correttezza ha di conseguenza presentato un testo normativo che interviene sul tema. Bene i magistrati che con senso di responsabilità hanno affrontato lealmente questo dibattito, denunciando essi per primi gli abusi e le distorsioni collegati alla bulimia di intercettazione che affligge il nostro sistema ed ha i frutti velenosi da essa prodotti. Bene Tutti. Male, invece, l’ipocrisia delle cose sapute da molti e dette da nessuno, con riferimento alla incapacità di questo paese di assimilare le battaglie liberali per quello che sono ed approcciarsi, anche normativamente, con timidezze pelose e timore di denunciare le cose che non vanno. E’ad esempio singolare che nel nostro paese si dia per scontato e normale che a causa dei budget regionali per la sanità in vaste zone del mezzogiorno il malato di gravi patologie debba fare anche mesi di attesa per effettuare una T.A.C. in un ospedale di capoluogo attesa l’unicità della strumentazione, l’impossibilità di acquistarne altre, la carenza di fondi. Non ha destato sino ad ora stupore che, senza limiti di spesa, senza possibilità di valutazione alcuna gli ingenti costi delle intercettazioni non possano, non debbano, non vogliano avere limitazioni e restino affidati al solitario, insindacabile, imperscrutabile giudizio valutativo del magistrato che investiga. In verità ci sorprendiamo e ci disgustiamo della prima anomalia, legata alla incapacità dello Stato a garantire la salute delle persone. Vorremmo, invece, non sorprenderci della seconda, legata alle modalità con cui si indaga in un paese dove sembra che senza intercettazioni e senza pentiti sia ormai divenuto impossibile indagare sulle attività criminose. E gli orrori legati alle notizie di questi giorni su indagini riuscite proprio grazie alle intercettazioni, vorremmo ci portassero a non turbarci per una pratica che, da sola, assorbe milioni e milioni di euro l’anno, pari ad oltre un terzo dell’intera spesa dello Stato per la giustizia. Ma la nostra vita quotidiana di questi ultimi anni, fatta di conversazioni private, a volte intime, spessissimo con persone non indagate ( ma anche gli indagati hanno diritto ad un rispetto della sfera dell’intimo non conferente alle indagini), regalate da giornali e pronte ad invitare a spiare dal buco della serratura la vita, i pruriti, le debolezze, a volte le miserie degli indagati più o meno famosi e dei tanti poveri disgraziati che pure salgono ai disonori delle cronache, ci impongono valutazioni differenti . Valutazioni differenti ci impongono copie “pirata”di compact disk sovente messi in circolazione, come un tempo accadeva per la compilation del festival di Sanremo e contenenti tutte le intercettazioni prima ancora che esse stesse vengano rielaborate e trascritte dagli organi investigativi. Queste valutazioni ci ricordano, da liberali, che crediamo in uno stato forte ed incisivo nella repressione di ogni crimine, ma sentiamo di dover lottare strenuamente affinché strumenti di ricerca della prova non vengano utilizzati, in un sistema carente, come pettegolezzi lividi, tendenti a violentare la dignità delle vite umane, purtroppo, a volte inidonei da soli a accettare le penali responsabilità . Pare, allora, una battaglia di libertà lottare per una riforma che realizzi un adeguamento della normativa ad un sistema di tecnologie in uso che di fatto consente elusioni, abusi e distorsioni di ogni genere . Ed è parimenti una battaglia di libertà lottare affinché chi è fatto oggetto di indagini venga monitorato in maniera pervasiva per i fatti penalmente rilevanti che si assume abbia commesso e nel rispetto delle garanzie costituzionali. E liberale è la battaglia da fare perché quella stessa persona non divenga, invece, il protagonista di questa o di quella estate per i suoi costumi sessuali, perché tradisce il partner o perché è il partner a tradire lui. Liberale è, infine, la battaglia per tenere fuori da questi pruriti le persone che a vario titolo e senza nessun legame con le indagini, vengono quotidianamente in contatto ( e ve ne sono tante), con qualcuno dei centomila untori telefonici che ogni anno l’Italia in media conosce. Se abbiamo il coraggio di proclamare la libertà come unico vero valore legittimante ogni esigenza di sicurezza, possiamo rinunziare all’ipocrisia di condannare gli abusi nelle intercettazioni ma nel non avere il coraggio di ammettere che in Italia si intercetta troppo e spesso male. In una doverosa ottica di buona fede riteniamo, perciò, che anche scelte coraggiose, magari anche più radicali di quelle partorite o che responsabilizzassero non solo il giornalista come eterno capro espiatorio di tutte le colpe legate all’attuale sistema-colabrodo delle intercettazioni sarebbero state e potrebbe essere le benvenute in una ottica sana e di buona fede dialettica. E l’esperienza degli altri paesi occidentali può essere in tal senso illuminante. Occorre, in altri termini, anche con la previsione di precisi limiti temporali alle intercettazioni impedire che questo strumento di ricerca della prova diventi un improprio strumento di ricerca della notizia di reato, quasi un passepartout da tenere sempre pronto per aprire quel buco della serratura da cui si spia. Chi crede in una società fatta di valori liberali e responsabili sa che la magistratura è fatta e deve essere fatta di valori costituzionali, laici, non eticizzanti, mai autoritari, ma autorevoli perché è la legge, solo la legge ed il suo rispetto a costituire la forza, il prestigio e l’insindacabilità dell’altissimo potere connaturato alla giurisdizione. E proprio per preservare anche questo prestigio ed i valori di libertà e dignità dei cittadini, il legislatore riformatore, democratico e liberale non può e non deve aver timore di legiferare contro ogni retorica, demagogia, ipocrisia e moralismi pelosi. La battaglia di libertà contro tutte le forme di abuso di delicati strumenti di indagini parte da qui: consapevoli che l’individuazione del giornalista come il lupo della fiaba non basta a mondare le anime dei tanti che in queste vicende se le sono macchiate, consci che un inizio da solo non basta a segnare una strada, ma necessita di percorsi condivisi auspicabilmente, ma radicati parimenti in convinzioni solidamente culturali, bisognosi di normative che preservino la dignità dei cittadini, garantendo veramente il prestigio e la non la discutibilità dell’autorevolezza di una magistratura tanto più solida quanto più lontana da ogni coinvolgimento spionistico o da stato di polizia. ALFONSO PAPA – MAGISTRATO DEPUTATO PdL – COMPONENTE COMMISSIONE GIUSTIZIA. |