|
|
|
Blog -
Dichiarazioni
|
|
venerdì 25 luglio 2008 16:35 |
|
Si fa un gran parlare in questi giorni di modifiche normative alla disciplina del reato di sfruttamento della prostituzione. In effetti dati disponibili testimoniano numeri da capogiro in ordine ai soggetti che con maggiore o minore frequenza hanno rapporti sessuali mercenari. Singolare è il fatto che nell’ipocrita dibattito sul sesso a pagamento, nessuno abbia il coraggio di mettere adeguatamente in risalto le atroci caratteristiche assunte, anche grazie alla normativa vigente, dallo sfruttamento della prostituzione. Ai tanti padri di famiglia ai quali distrattamente, periodicamente, frustatamene capita di accostare utilitarie, berline o suv da loro guidati a ragazzine semivestite ai bordi delle strade che li riportano a casa, prima di abbracciare figlie e figli della stessa età, raccontiamo una storia che non ha niente a che vedere con bordelli, goliardate tra amici o esperienze pruriginose da boudoir. La protagonista della storia può chiamarsi Alina, Tina, Svetlana o come vi pare. Vive nella infinita periferia del cuore di un impero che non esiste più e che oggi si chiama Ucraina, Moldavia o come vi pare. Arriva abitualmente in Italia all’esito di trattative condotte da uomini senza scrupoli, suoi connazionali, direttamente con le famiglie e relative ad assunzione come badanti o ragazze dei night club o da prostituire in case d’appuntamento. La trattativa , si badi bene, riguarda quello che la famiglia della ragazza si impegna a riconoscere ai mediatori per quella che è un’ occasione di lavoro che viene offerta. Raramente la ragazza arriva in Italia con un visto italiano. Quasi sempre è un visto di altri paesi di area schengen, attraverso il quale riesce a raggiungere il nostro territorio. Perché? Ad esempio perché negli altri paesi dove la prostituzione è regolata, non c’è spazio per la prostituta”a nero” o minorenne e non è proficuo sfruttare la prostituzione, essendo essa già regolata ed in termini assai restrittivi per quanto concerne ogni forma di sfruttamento. Tanto per usare un’eufemismo caro a qualche politico dell’opposizione, la vecchia, romantica figura del magnaccia in Italia non esiste più, semmai all’estero. In Italia la ragazzina sedicenne proveniente dal paesino dal nome impronunciabile ai confini del confine col nulla, viene accolta nelle periferie delle grandi città o in province più o meno sperdute, da cittadini della sua o di etnie vicine e trattenuta in squallidi appartamenti. Dopo aver ritirato il passaporto, queste persone la sottopongono abitualmente a training di circa una settimana fatto di stupri collettivi, violenze di vario genere, vessazioni fisiche e psichiche. Alle ragazze che eventualmente rifiutano di prostituirsi, vengono poi riservate ustioni, piccole mutilazioni, asportazione di unghie, notti passate legata a testa in giù. In effetti, la legislazione italiana punisce lo sfruttamento della prostituzione, non era forse pronta ad una forma nuova di schiavismo senza precedenti, fatto di assoggettamenti che hanno più a che vedere con la schiavitù che non con la prostituzione. Il controllo di queste persone sulle ragazze si avvale di un contatto più o meno costante con le famiglie, tenute all’oscuro di quel che accade dagli aguzzini di figlie e sorelle e ignari convinti che la ragazza lavori in un night simile o forse più lussuoso dei tanti che popolano le più civili notti moscovite. Ci siamo mai chiesti perché le nostre strade cittadine sono ormai le ultime realtà europee di prostituzione, anche di minorenni, a cielo aperto? Forse perché siamo l’ultimo paese occidentale puttaniere e ipocrita che, vietando il fenomeno, ne patisce gli effetti più atroci e irrimediabili. I fatti orribili delle cronache recenti ci raccontano storie di orrore metropolitano, generate dall’indifferenza di una legislazione che non lascia solo queste giovanissime vittime in balia dei loro carnefici, ma anche quei soggetti che sporadicamente esaltano agli onori delle cronache, nel tentativo di sottrarre la ragazza conosciuta al suo atroce destino. In questi casi la vergogna descritta si accompagna a quella di una legislazione che prevede il rientro a casa della ragazza per essere accolta a braccia aperte dai “colleghi” dei suoi aguzzini, nonché da tendenze vagamente criminalizzanti del sistema nei confronti degli aspiranti “salvatori”. Anni fa, nel corso di incontri tenuti a supporto delle iniziative giudiziarie della procura di Napoli contro il raket della prostituzione delle ragazze dell’est, un importante diplomatico di un paese ex sovietico mi chiese perché l’Italia non faceva nulla per segnalare che da noi, contrariamente ad altri paesi europei la prostituzione e di fatto proibita, ma lo stato non riesce ad arginare forme di schiavitù. Questo sarebbe stato un ottimo deterrente per tante ragazze inconsapevoli ed allettate dal (un tempo) bel paese. Oggi si parla con insistenza di riformare la legislazione. Per favore, facciamolo. E non per legalizzare la prostituzione ma per porre fine alla più indecente e orribile delle forme di schiavitù del terzo millennio. Sarà certo un regalo per le vite di migliaia di giovani vittime, probabilmente per la salute di altrettanti partners inconsapevoli, ci auguriamo un principio di resipiscenza per quei padri ben pensanti di ritorno la sera a casa. |
|
Blog -
Dichiarazioni
|
|
venerdì 25 luglio 2008 16:22 |
|
Dopo una calda dialettica e bestemmie ( ma la Guzzanti riteneva forse il Lodo Alfano estensibile anche al Papa?) il Senato si avvia a ricevere il provvedimento che sospende i processi per le quattro più alte cariche dello Stato. E per ripercorrere le vicende, dobbiamo partire proprio dal cosiddetto “ Lodo Schifani” che nel 2004 la Corte dichiara incostituzionale, non essendo la normativa sufficientemente chiara nel rispetto di alcuni requisiti. In particolare, la Corte, come d’altronde è ampiamente noto a quei molti che lessero la pronuncia, nonché ai pochi che dimostrano di ricordarla, rilevò la sicura valenza e compatibilità costituzionale di ogni normativa tendente a garantire forme di tutela e guarentigia processuale, nei confronti delle più alte cariche dello Stato. La Corte desumeva tale principio dalla riconosciuta costituzionalità del più ampio concetto di immunità, riconosciuto sin dall’entrata in vigore della Carta Costituzionale con l’art.68 della Costituzione che prevedeva l’autorizzazione a procedere per tutti parlamentari. Con quella pronuncia la Corte peraltro, riconfermando che quello dell’immunità è un problema politico ma non costituzionale, caducava il Lodo Schifani, precisando che forme di immunità o sospensione processuale, potevano essere riconosciuti alle alte cariche istituzionali legittimate dalla sovranità popolare, potevano essere ammissibili solo per la durata del mandato ed in stretta correlazione con lo stesso, non potevano pregiudicare diritti patrimoniali scaturenti da processi civilistici connessi alle vicende penali riguardanti l’interessato, ed altri corollari più o meno connessi a tali enunciati. A tanto va solo aggiunto che lo strumento adottato della legge ordinaria veniva riconosciuto come adeguato sempre in quella ricordata pronuncia che ribadiva la correttezza dell’operato dell’allora Presidente della Repubblica Ciampi che promulgò il Lodo Schifani come legge ordinaria. In un paese normale, pertanto, nel dovuto rispetto delle differenti, rispettive, contrapposte posizioni politiche, un provvedimento di tal genere, discutibile nel merito quanto si vuole, non potrebbe far gridare con l’enfasi alla quale abbiamo assistito alla violazione dell’ordine costituzionale. Anzi noi, questo provvedimento lo definiamo timido, nella misura in cui, collocandosi nel solco della sospensione dei processi per le più alte cariche elettive, prescinde dal dato più ampio del immunità parlamentare. Riteniamo infatti che l’immunità parlamentare, in un paese a scarsa tenuta morale e fastidiosa ipocrisia moraleggiante quale è l’Italia, sia stato per anni il vero parametro del limite della autonoma ed indipendente iniziativa giudiziaria, rispetto a quell’alto atto di assunzione di responsabilità politica che, di fronte alla Costituzione ed al Popolo sovrano il Parlamento si assumeva con l’autorizzazione a procedere. E ritenevamo altresì, nell’articolato e pressoché unico al mondo sistema di bilanciamento tra poteri tracciato nella Costituzione italiana, che la vecchia immunità di cui all’art.68 fosse il più alto e pregnante contraltare a quell’autonomia ed indipendenza che la Costituzione Italiana, senza eguali nel mondo ha voluto riconoscere a Giudici e Pubblici Ministeri. Vogliamo perciò ritenere che il Lodo Alfano possa rappresentare il primo passo di un percorso normativo che consenta una rimeditazione costituzionale della figura dell’immunità. Attenzione: deliberatamente, non una volta si è citato il Premier, simbolo del caimano nelle notti insonni dell’Italia che non sa crescere ed in realtà del tutto estraneo ad un dibattito che deve necessariamente partire e che invece sulla scia di facili personalismi, altri vogliono uccidere sul nascere perché lo temono e perché sanno di non essere forse in perfetta buona fede. Alfonso Papa* Magistrato – Deputato PdL |
|
Blog -
Dichiarazioni
|
|
martedì 08 luglio 2008 10:15 |
|
Il dibattito che in questi giorni si sta riscaldando sui temi della giustizia, sul pacchetto sicurezza e sulle norme tendenti a sospendere i processi accompagna il lavoro della Commissione Giustizia della Camera in attesa che lo scontro si sposti in aula. E lo accompagna insieme con il caldo esploso in questo luglio dove la paura di un autunno di crisi si mescola con il desiderio di qualcuno di pescare nel torbido. Va detto che il pacchetto sicurezza ha rappresentato e continua a rappresentare la risposta forte di questo governo rispetto alle violente aggressioni del crimine ad una società sempre più bisognosa di sicurezza ed alla quale sempre meno risposte lo Stato ha saputo fornire in questi anni. Le proposte contenute concernono aspetti delicatissimi della capacità di risposta alle aggressioni rispetto ad ogni forma di civile convivenza . Oggi il dibattito cerca strumentalmente di far scolorire questo dato, enfatizzando unicamente l’aspetto imbarazzante di norme che potrebbero sospendere processi che vedono imputato eccellente il Premier. Questa visione è scorretta e strumentale,. non fa onore a chi la ipotizza, non può e non deve formare oggetto di accorate repliche da parte della componente avversa, perché sarebbe un modo stupido di cadere in trappole dialettiche che in vero non sono utili per nessuno. E nessuno oggi mette in rilievo che questo pacchetto mira a realizzare quanto promesso in campagna elettorale in ordine al recupero della funzione preventiva e sanzionatoria dell’intervento statale . I contenuti dell’articolato mirano a realizzare interventi effettivi ed efficaci, utilizzando al meglio le risorse disponibili. Le norme mirano ad attualizzare aspetti tradizionali del precetto penale con le mutate esigenze della società. In particolare, si cerca di assicurare risposte punitive che non siano simboliche ma attuino quella funzione di adeguamento nel precetto normativo delle esigenze ed allarmi che attraversano la società. Alcuni esempi possono essere lampanti. In tema di reati colposi , è noto che il codice penale adotta un modello unico di colpa inteso come grave forma di imperizia, imprudenza o negligenza. Questo modello fa sì che il sistema unitario delineato contempli una sistemazione unitaria della risposta punitiva verso le condotte più disparate . La domanda che bisogna porsi è allora se sia ancora corretto poter considerare omicidi colposi da considerare sotto un unico profilo, tanto la colpa del merito che operando e per un errore di valutazione provoca la morte del paziente quanto quella dell’automobilista che sotto l’effetto di droga o alcol, alla guida della sua auto, uccide delle persone investendole. Il pacchetto sicurezza cerca di dare risposta a questo quesito prevedendo forme nuove ed aggravate di responsabilità. Ed allo stesso modo vanno viste quelle norme che mirano a tutelare in maniera più efficace quelle fasce deboli troppo spesso dimenticate, come gli anziani soli nelle grandi città che per una truffa di cinquecento euro possono anche suicidarsi. E sembra corretto prevedere forme di più attenta valutazione ed oculata concessione di benefici, come la concessione delle circostanze attenuanti generiche, rispetto ad una prassi invalsa di concessione automatica effettuata sempre e comunque e nei confronti di chiunque, prescindendo completamente da quel criterio di prognosi favorevole posto all’origine della nascita di questo istituto. Di queste e di altre cose che sono quelle che interessavano e interessano veramente i cittadini che votano, che aspettano delle risposte e che vorrebbero maggiore sicurezza, nessuno, dico nessuno parla ( anche nel centro destra dove tutti sono impegnati ad abboccare alla trappola) , in questo stitico dibattito politico di inizio estate misto di morbosità( quando usciranno queste benedette telefonate?) e livore. Con mirabile insipienza siamo tutti invece impegnati a concentrarci sulla norma così detta salva processi o blocca processi o quello che vi pare , destinata a passare alla storia come l’ennesimo tentativo del premier di non farsi processare. Orbene, al di là del fatto che tale tentativo, ove esistente, avrebbe come speculare equivalente quello altrettanto disperato di processarlo a tutti i costi, nel quale sembra che ormai qualcuno abbia deciso di dedicare la propria esistenza, non sembra che tale norma nasca così. Facciamo finta di non sapere che già il Presidente della Repubblica ha escluso che la norma nasca con il patente vizio costituzionale di norma ad personam. Diciamo semplicemente che questa norma prende atto dell’arretrato pauroso del processo penale italiano ( che per Berlusconi invero ha sempre proceduto a tambur battente). La sospensione dei processi di primo grado a far data dal 30 .06.2002 , non incide sulla prescrizione, non comporta alcuna rinunzia all’obbligo costituzionale di esercizio dell’azione penale. Ricordiamo invece le tante circolari del Consiglio Superiore della Magistratura che confermavano le altrettante circolari dei procuratori della Repubblica presso le allora procure circondariali che facevano decaloghi delle priorità dei reati da perseguire, visto l’arretrato. Ricordiamo che con l’unificazione delle Procure e l’entrata in vigore del Giudice Unico nel 1999, fu addirittura regolata la modalità con la quale si doveva dar priorità a questo anziché a quel reato. Ricordiamo infine che con la legge istitutiva dei Giudici Onorari Aggregati e dei Giudici Onorari di Tribunale, fu lo stesso legislatore a prevedere i processi civili a far data da un certo periodo che dovevano essere accantonati e che con lo stralcio sono stati di fatto cancellati. Noi, oggi, invece, ci avvitiamo su solite trite e ritrite questioni e denunciamo il tentativo del Premier di non farsi processare, visto che non abbiamo il coraggio di ammettere che qualcuno tenta da anni di processarlo ad ogni costo. E’facile, troppo facile e poco coraggioso. Ed è molto simile a quello che dice qualcuno dell’opposizione che preferirebbe che fossero gli stessi magistrati a fare eventualmente la cernita dei reati da sospendere. Lasciamo, invece, che il legislatore faccia il legislatore e rispettiamo un po’ di più la Magistratura. Denunciamo piuttosto la mancanza di coraggio di quelli che sanno che è giunto ormai il tempo di avviare una vera riflessione sul ritorno all’immunità e lasciamo perdere il sogno del Giudice Sacerdote che arrivi dove la politica non sa arrivare. Da lunedì si entrerà nella fase finale del lavoro della commissione su questo pacchetto. Facciamo una buona legge. Abbandoniamo queste sterili polemiche. On.le Alfonso Papa – Magistrato – Deputato PdL |
|
Blog -
Dichiarazioni
|
|
martedì 08 luglio 2008 09:55 |
|
Il dibattito a tratti drammatico che tocca la giustizia in questi giorni ripropone violentemente i temi arcinoti del malessere della politica rispetto ad un protagonismo a volte schizofrenico dell’azione giudiziaria che sembra quasi disgelare una sorta di mal di vivere collettivo che solca l’intera società italiana. Le esternazioni di un Presidente del Consiglio diviso tra le necessità di indirizzare l’azione di governo nell’ inizio della legislatura più difficile di questi ultimi decenni e il sentimento quasi di stanchezza di un uomo parossisticamente braccato da un iniziativa giudiziaria che si protrae praticamente ininterrotta dai tempi della sua iniziale discesa in campo, costringono a riflettere sul punto di non ritorno cui amaramente sembra essersi giunti. Significativa è stata la pausa di riflessione che il Consiglio Superiore della Magistratura ha inteso opportunamente prendere in questi giorni perché stimola a riflettere su quanto realmente vive oggi la grande maggioranza dei magistrati italiani. Questa maggioranza si compone prevalentememente di professionisti infraquarantenni , entrati nei ruoli nel pieno della stagione scaturita dal esperienza di tangentopoli e cresciuti professionalmente in quelli che potremmo definire gli anni dell’odio e del reciproco sospetto. Ma come potremmo individuare periodi di armonia e reciproca collaborazione in un paese la cui storia repubblicana ha conosciuto come unico momento di reale coesione tra le istituzioni politiche e giudiziarie, unicamente la benefica e truculenta stagione del terrorismo e della lotta armata ? In altre parole, cosa e perché ha potuto consentire che in questa strana sorta il miracolo all’incontrario gli anni scorressero apparentemente uguali mentre diversi poteri dello Stato procedevano sempre di più in una antinomia cortocircuitante? La risposta potrebbe, forse, essere cercata negli sguardi festosi e gaiamente perversi dei giovani e meno giovani che nel 1992 lanciavano monetine all’indirizzo delle auto blu a servizio della carcassa agonizzante di un potere politico apparentemente invincibile e invece spazzato via da una sorta di nemesi collettiva della storia.Quanta sete di giustizia vi era in quei lanci? Quanta, invece, la voglia di vendetta o di gogna simile a quella che aveva portato molti “benpensanti” del ventennio a partecipare alle purghe collettive conseguenti i giorni della liberazione? Quanti, tra i cittadini italiani che ieri agitavano il maglio liberatorio dei giudici erano realmente impegnati in un progetto di rinascita politica e sociale, attento alle prerogative dell’organo giudiziario, e quanti, invece, abbracciavano il giudice etico come prototipo salvifico di samurai della giurisdizione destinato a realizzare quei processi storici che invece l’intera società italiana non era in grado di partorire da sola ? I frutti avvelenati di quella stagione ci hanno donato una visibilità della magistratura basata troppo spesso sull’etica del consenso e troppo poco spesso sulla responsabilità del ruolo. Ci hanno donato altresì un potere politico insicuro, instabile, a volte pronto a cercare strumentalizzazioni in proprie intese con quello giudiziario, altre impegnato in azioni di riforma che sapevano di vendetta. Oggi la gente sembra non riconoscere più sacralità a quel potere, nella stessa misura in cui manifesta apertamente perplessità ed a volte intolleranza nei confronti della politica. Ma nessuno sembra mettere in luce che di quegli oltre ottomila cittadini che chiamiamo ordine giudiziario la stragrande parte ha vissuto e vive come ferita irreparabile le esternazioni televisive dei soliti noti, alcune volte divenute quasi videoclip e rinvenibili su youtube. E se si riflette che i protagonisti televisivi del circuito mediatico giudiziario sono ormai sempre gli stessi è lecito chiedersi quale sia il reale sentire di quella maggioranza silenziosa intenta ad un lavoro quotidiano ed ostico e costantemente strumentalizzata negli appelli da resa dei conti dei soliti noti e nelle reazioni sempre più indispettite delle altre istituzioni. Se il Financial Times arriva a lamentare la curiosa anomalia di un Presidente del Consiglio che da quindici anni ha il duplice ruolo ininterrotto di primo politico della scena ed indagato per professione, vuol dire che qualche cosa non va. Come per altro varie volte è stato denunciato un uso sovente criticabile di strumenti giudiziari che potevano offrire quantomeno l’immagine fenomenica di un uso improprio o malizioso. Questa storia , offerta al mondo con un avviso di garanzia nel pieno di un consesso internazionale dai paesi più industrializzati della terra che vede oggi un ultima tappa nelle esternazioni del premier a Bruxlles impone una severa rimeditazione anche dei rapporti dialettici interni ad una magistratura che oggi ritorna a confrontarsi con un desiderio di normalità che passi anche per un recupero della immunità parlamentare, unica guarentigia riconosciuta da sempre e da tutti come perfettamente in linea con i valori della costituzione. Meno in linea sono, forse, le cassandre che sostituendosi al Presidente della Repubblica ed alla Corte costituzionale, periodicamente segnalano in maniera impropria i provvedimenti normativi da fare e da non fare secondo i dettami di una costituzione troppo spesso invocata e meno spesso rispettata. E’allora ragionevole chiedere oggi ad un governo che può e deve andare avanti lungo la strada delle riforme, di guardare anche a quella magistratura che ha vissuto e vive con sofferenza certi programmi televisivi e magari è mortificato dall’idea di ritrovarsi i propri uffici circondati da girotondi sinistramente e gaiamente astiosi, magari dovendo subire la sempre più intollerabile primazia intellettuale che alcuni reduci di se stessi pretendono di continuare ad esercitare, a volte anche a scopo di mera promozione personale. E’ altresì ragionevole che la magistratura, analogamente a quanto fatto da altri gangli vitali della società avvii un percorso sincero di auto analisi , definizione ed attualizzazione delle reali priorità, non lasciandosi risucchiare da derive antiche e lontane tanto dalla professionalità quanto dalla sensibilità della grande maggioranza dei magistrati. Solo in tal modo e agendo si riuscirà a non essere agiti da forze oscure, strumentali, serpeggianti e probabilmente ostili tanto alla buona fede del premier quanto al reale sentire dei tanti magistrati che vanno in ufficio con l’autobus, non vanno in televisione, non hanno il tempo di scrivere appelli e documenti perché lavorano e forse per questo non fanno notizia ed in questa società malata sembrano no fare testo. On.le Alfonso Papa - *Magistrato – Deputato PdL |
|
|
|
|
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>
|
|
Pagina 6 di 12 |
|
Calendario eventi
<< Settembre 2010 >>
| Lu | Ma | Me | Gi | Ve | Sa | Do |
| | | 1 | 2 | 3 | 4 | 5 |
| 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 |
| 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 |
| 20 | 21 | 22 | 23 | 24 | 25 | 26 |
| 27 | 28 | 29 | 30 | | | |
|